Fondata nel 1135 da San Bernardo di Clairvaux, l’Abbazia di Chiaravalle è la prima fondazione bernardina in territorio italico e si è distinta fin dalle origini come centro propulsore del Comune di Milano. Punto di riferimento spirituale per i cittadini, Chiaravalle ha celermente acquisito un ruolo di eccellenza anche nella trasformazione del territorio attraverso opere di bonifica, canalizzazione e messa a coltura. È diventata così uno straordinario polo di innovazione agraria e la massima protagonista dello sviluppo agricolo e sociale dei territori a sud di Milano.

Raggiunse il suo massimo splendore tra la metà del Duecento e la metà del Trecento: la comunità di ottanta monaci di coro e una settantina di monaci conversi si distinse quale punto nodale degli equilibri politici nella lotta tra le fazioni dei Della Torre e dei Visconti che si contendevano il dominio su Milano. Oltre alle carte e ai documenti che testimoniano l’impegno degli abati nel favorire il dialogo tra le fazioni con incontri di pacificazione ospitati in abbazia, l’autorevolezza acquisita è testimoniata dalle sepolture dei rappresentanti dei Della Torre all’interno del cimitero monastico, le cui cappelle sepolcrali sono ancora oggi conservate, e dalla scelta di Ottone Visconti di ritirarsi in Chiaravalle negli ultimi anni della sua vita e qui di morire in abiti cistercensi. La seconda metà del Quattrocento, con l’istituzione della Commenda e la nomina del cardinale Ascanio Sforza ad abate commendatario, vide un nuovo periodo di grande vigore per la comunità, che beneficiò di una riforma interna che ne consolidò le consuetudini e di un rinnovato splendore artistico con il lavoro dei grandi maestri rinascimentali Bramante e Luini.

L’erezione della Congregazione di San Bernardo in Italia, organo interno all’Ordine cistercense ma di competenza organizzativa più propriamente territoriale, mise inoltre Chiaravalle a capo della stessa e responsabile delle riforme interne alle comunità limitrofe tra cui Sant’Ambrogio. Dopo un Settecento notevole da un punto di vista culturale, esemplificato dalla straordinaria opera dell’Abate Angelo Fumagalli, ricercatore, erudito e storico che scrisse le Antichità longobardiche-milanesi in 4 voll., la comunità monastica venne soppressa nel 1798 per opera della Repubblica Cisalpina. Divenuta parrocchia, la chiesa abbaziale venne risparmiata dalle demolizioni che invece devastarono la restante parte del monastero, distrutto per una sua cospicua parte. Per volere dell’allora arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster nel 1952 venne finalmente richiamata una comunità cistercense a ripopolare la struttura, responsabile della conduzione spirituale del territorio e del ripristino e della ricostruzione di alcune parti andate distrutte, per cui si impegnò l’architetto Ferdinando Reggiori tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70.

Nel 2017, dopo 219 anni, la comunità monastica riunita in Capitolo poté finalmente rieleggere in maniera autonoma il proprio Abate, Dom Stefano Zanolini, che guida la comunità formata oggi da una ventina di monaci.

Cosa vedere

Scopri le opere presenti presso Abbazia di Chiaravalle Milanese ( Milano)

chiesa

chiesa

Edificata in un lungo arco di tempo, tra il 1135 e il 1221 in due distinte fasi cantieristiche, la chiesa abbaziale è a pianta a croce latina, con corpo longitudinale a sistema alternato in cui alle quattro campate della navata centrale corrispondono otto campatelle nelle navate laterali, ed è costruita in laterizio. Lunga 62 metri, conserva elementi architettonici derivati da tre estetiche differenti per stile e periodo. Alcuni elementi sono caratteristicamente aderenti alle primitive prescrizioni cistercensi e specificamente bernardine, come la zona absidale a terminazione piatta orientata verso Est, una parte centrale dedicata esclusivamente al coro, i pilastri a conformazione piatta e quadrangolare, tre cappelle rettangolari inferiori per ogni transetto ed una scalinata che dall’interno del transetto sud conduce direttamente al dormitorio della comunità monastica. Queste parti della chiesa sono localizzate a est e fanno parte della zona del capocroce: è la parte più antica, databile tra il 1135 e gli anni ‘50 del secolo e per questo motivo indicata dagli studi più recenti come la Chiaravalle I, diretta promanazione estetica della madre francese Clairvaux. Bloccati per un trentennio a causa della lotta tra Milano e l’imperatore Federico il Barbarossa, i lavori di edificazione ripresero alla fine degli anni ‘80 dalla zona centrale verso ovest, la cosiddetta Chiaravalle II, seguendo un differente gusto estetico. Il momento di innovazione stilistica che caratterizzò questa seconda fase si premurò di proseguire la navata centrale basandosi sull’edificazione di grandi pilastri cilindrici di forte gusto romanico lombardo. La soluzione a semicilindro venne ripetuta anche nei pilastrelli di sostegno della navata settentrionali. Sembra che, più la struttura si instradi da est verso l’ingresso posto a ovest, allontanandosi sia spazialmente sia temporalmente dal primo periodo costruttivo, più le soluzioni stilistiche e architettoniche adottate da Chiaravalle II si distanzino dai registri bernardini e più affiorino le configurazioni specifiche della connotazione lombarda e del cosiddetto romanico di transizione. Infine, come terza influenza estetica, il primo esempio di gotico in Italia che si nota nei contrafforti sporgenti sui tetti a forma di archi rampanti posti sulle pareti esterne delle navate laterali, e soprattutto nella copertura delle campate con volte a crociera e costoloni a vista. La chiesa ha semplice facciata a capanna con bifora e oculo centrale, preceduta da un portico seicentesco che ha sostituito quello originario, di cui conosciamo le fattezze grazie ad un affresco presente nella controfacciata interna. L’accesso alla chiesa è composto da un portale ligneo quattrocentesco che raffigura i quattro padri fondatori dell’Ordine cistercense e la cicogna, simbolo della comunità monastica di Chiaravalle.

chiostro

chiostro

Il chiostro è il punto di riferimento centrale dell’intero complesso monastico, da cui si accede a tutti gli spazi comunitari: la chiesa, la sala del capitolo, la biblioteca, il refettorio. Nel chiostro i monaci si riunivano prima e dopo i lavori, passeggiando, leggendo e meditando. Qui trascorrevano i loro momenti di silenzio, di incontro con Dio attraverso il ripiegamento dell’anima su sè stessa. Nel chiostro avvenivano il lavaggio delle mani nella fontana centrale prima dei pasti, la rasatura e la tonsura comunitaria. La sua struttura quadrata richiama il significato simbolico del numero quattro, che nella cultura antica esprime l’universo e nella cultura cristiana rimanda alla cinta quadrangolare della Gerusalemme celeste descritta nell’apocalisse di Giovanni. San Bernardo elaborò il significato del chiostro cistercense come luogo della ricerca del divino: il giardino interno divenne simbolo dell’armonia del cosmo e dell’uomo con Dio, che è fonte di vita come la fontana al centro da cui sgorga acqua. Ancora oggi i suoi deambulatori al coperto rappresentano, per la comunità cistercense che vi abita, il luogo di passaggio tra la vita lavorativa e la dimensione di preghiera.

mulino

mulino

Il Mulino, suggestiva struttura medioevale su due piani, fa parte del complesso monastico. I lavori di restauro sono iniziati nell’anno 2000 e dal 2009 è un centro polivalente di educazione alla sostenibilità, sede di attività didattiche e culturali, campus per bambini ed è location per eventi privati ed aziendali. Il cuore del Mulino è l’impianto molitorio; interamente realizzato in legno di rovere da sapienti artigiani, è composto da una ruota alimentata ad acqua e da due macine in pietra. Periodicamente il Mulino viene messo in funzione a scopo didattico e viene macinato il mais per riscoprire l’antico metodo di macinazione. La visita permette di conoscere le evoluzioni dell’edificio nel tempo, fino agli anni ‘50 del secolo scorso, in cui accoglieva 13 famiglie all’interno dei suoi locali. Oggi nel mulino c’è un laboratorio di panificazione con forno a legna, un laboratorio di erboristeria con un alambicco per la produzione di olii essenziali, una sala granaio e una sala conferenze. Un modellino di marcita funzionante ad acqua permette di capire la trasformazione del territorio che ha portato ad avere in pianura abbondanza di latte. La tradizione narra che fra le antiche mura dell’Abbazia, attorno all’anno Mille, i monaci cistercensi misero a punto la ricetta del “caseus vetus”, primordio del formaggio Grana Padano. Un’esposizione di antichi attrezzi di caseificazione aiuta a comprendere il lavoro del casaro e un video mostra la produzione del Grana Padano oggi. Nel giardino del Mulino è presente un orto di piante officinali e aromatiche ed è possibile gustarne profumi e colori nelle varie stagioni dell’anno e conoscere le proprietà di ciascuna erba.

Cappella di San Bernardo

Cappella di San Bernardo

Edificata all’inizio del ‘400 su commissione dell’Abate Antonio Fontana, la Cappella di San Bernardo è situata al di sotto della torre d’accesso del complesso abbaziale. Costruita anch’essa in laterizio, non sono ancore certe le funzioni cui un tempo assolveva. Erroneamente indicata fino a pochi decenni fa come la cappella delle donne, in base ad una tesi che la identificava come zona oratoriale dedicata esclusivamente alle rappresentanti del sesso femminile il cui accesso alla chiesa abbaziale era vietato se non nei più importanti momenti liturgici dell’anno, in realtà fu molto più probabilmente edificata per ospitare confraternite laiche. Alcune planimetrie settecentesche la indicano inoltre come spezieria, aggiungendo ulteriori incertezze sul suo destino di utilizzo. Dopo la soppressione napoleonica fu utilizzata ad uso abitativo, sorte che ne provocò drammatiche coperture e smembramenti nelle pareti, poi fortunatamente, anche se non integralmente, recuperate durante alcuni restauri nel XX secolo.

Affreschi dei Fiammenghini e del Genovesino - Controfacciata

Affreschi dei Fiammenghini e del Genovesino - Controfacciata

adeguamento alle rinnovate esigenze: da un lato le nuove ispirazioni obbligarono a trasformare la chiesa, concepita fino ad allora secondo i canoni cistercensi dettati dalla razionalità, dalla semplicità e dall’assenza di immagini e di decori, mentre dall’altro permisero per la prima volta il concepimento di un maestoso apparato iconografico unitario dedicato alla storia di San Bernardo, dell’Ordine e dell’Abbazia stessa. L’estensione delle superfici da affrescare consigliò l’Abate Eugenio Bizzozzero ad affidarsi contemporaneamente a tre artisti per finalizzare questo obiettivo tra il 1612 e 1616: i fratelli Giovanni Battista e Mauro Della Rovere detti I Fiammenghini e Luigi Miradori detto Il Genovesino. Mentre quest’ultimo si dedicò alle operazioni iconografiche della zona corale, i primi due si occuparono della maggior parte delle pareti: quella della controfacciata, quelle della navata centrale e dei suoi pilastri, quelle dei transetti e del presbiterio. L’effetto complessivo risultante dagli interventi fu di una grandiosa maestosità scenografica, che non solo allestiva un compendio narrativo della storia cistercense senza precedenti ma che, imponendosi il rispetto degli spazi e del significato dei punti cardinali verso cui erano orientate le varie pareti e legando ad essi la stessa scelta dei temi rappresentati, stabiliva e impostava all’interno della chiesa un percorso non solo fisico, dettato dagli spostamenti delle persone, ma soprattutto spirituale, lungo i gradi dall’umanità al divino. Il percorso comincia difatti ad Ovest, il punto cardinale della materia e del mondo terreno verso cui è orientata la controfacciata, con la narrazione della storia della fondazione dell’Abbazia di Chiaravalle, un evento storico umano e ben documentabile. Si prosegue lungo la navata centrale accompagnati dai padri spirituali dell’Ordine cistercense che, rappresentati sui pilastri cilindrici, fanno da guida e da protezione al percorso verso est. Nel Seicento anche le pareti della navata furono affrescate: i patriarchi biblici che vi erano raffigurati svolgevano la medesima funzione di guida spirituale. Gli affreschi rimasero in navata fino agli anni ‘50 del ‘900, per poi essere spostati nella Sala del Capitolo. Arrivati nella zona corale, i due affreschi del Genovesino dipinti nelle pareti sopra il coro iniziano ai momenti liturgici. Massima espressione della devozione e della ricerca di Dio, l’Opus Dei assurge a momento topico della scelta monastica e gradino necessario per la scalata verso il divino. La zona corale viene seguita dai transetti posti ai lati. Quello Nord, punto cardinale dedicato alla morte corporale, oltre le cui pareti venivano fabbricati i cimiteri abbaziali, ospita scene di martirii subiti da monaci e monache cistercense in Polonia e in Prussia durante le guerre di religione del ‘500. Il transetto Sud, opposto al nord e dunque dedicato alla nascita e all’inizio, inscena la narrazione della fondazione dell’Abbazia di Citeaux, madre dell’intero Ordine cistercense fondata nel 1098, e l’albero genealogico dell’Ordine stesso. Carattere di apice narrativo, spaziale e spirituale assume la zona orientale, da cui si alza ogni mattino il sole quale simbolo potente di Dio, e in cui risiede l’altare sacro. La Visione natalizia dell’Adorazione dei pastori e la Lactatio Mariae rappresentano il culmine del percorso e dedicano l’intera scenografia alle due massime figure di intercessione della spiritualità cistercense, Maria Vergine e San Bernardo. La figura di San Bernardo si lega anche ad uno dei personaggi fondamentali per la letteratura italiana, Dante Alighieri, incarnato nella sua opera più conosciuta, la Divina Comedia. Il poeta lo introduce nel Canto XXXI del Paradiso e nel corso dei due Canti successivi il Santo gli illustra la disposizione della Candida Rosa dei beati, che culmina con la figura di Maria Vergine, alla quale egli rivolge una preghiera perché, grazie alla sua intercessione, Dante possa contemplare Dio. Il Santo dichiara di ardere d’amore per Maria, presentandosi come il suo “fedel Bernardo”: viene quindi ribadita, anche nella Comedia, la fortissima devozione che l’ordine dei monaci cistercensi manifesta sin dall’origine proprio nei confronti della Vergine.

Bramante – Cristo alla colonna – copia

Bramante – Cristo alla colonna – copia

Tipica dell’architettura cistercense è la presenza di cappelle sui lati orientali di ambedue i transetti. Le sei cappelle inferiori presenti a Chiaravalle milanese, tre per transetto, hanno subito notevoli interventi di trasformazione tra XVI e XVIII secolo per cui è impossibile ricostruirne gli aspetti originari. Di notevole interesse è la Cappella centrale del transetto sud, denominata della Passione. Completamente rimaneggiata nella seconda metà del XVI secolo, ospita, proprio sopra l’altare, una elegante cornice di stucco che un tempo racchiudeva il Cristo alla colonna di Donato Bramante, straordinario capolavoro di cui ora si può vedere una copia. Poliedrico artista, uno dei più importanti dell’epoca rinascimentale, Bramante operò nella seconda metà del XV secolo a Milano alla corte degli Sforza, riprogettando la tribuna della chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie; attuando l’ingegnosa soluzione dell’abside prospettica, o falso abside, di Santa Maria presso San Satiro; e progettando i due grandi chiostri per l’allora monastero di Sant’Ambrogio, riformato da un gruppo di monaci cistercensi provenienti proprio da Chiaravalle, e oggi sede dell’Università Cattolica. La contemporanea presenza di due comunità della medesima osservanza cistercense a sant’Ambrogio e a Chiaravalle spinse l’abate commendatario di entrambi i monasteri, il cardinale Ascanio Sforza, a chiedere l’intervento artistico di Bramante anche per Chiaravalle. Qui il grande artista si fece motore della decorazione della sala capitolare e della progettazione di un enorme chiostro molto simile a quelli di sant’Ambrogio che si estendeva a sud-est dell’attuale complesso monastico, purtroppo completamente demolito nella metà del XIX secolo. Realizzò inoltre il Cristo alla colonna, straordinario capolavoro e unica opera su tela della sua vita. Custodita in questa cappella fino al 1915, il comune di Milano decise infine di trasferirla per motivi di sicurezza alla Pinacoteca di Brera, ove tutt’oggi si può ammirare.

Coro

Coro

Il coro monastico rappresenta la zona più importante per la vita della comunità. “Niente preferire all’opera di Dio”, scrive san Benedetto nella sua Regola, attribuendo alla preghiera comune un primato incontestabile all’interno dell’osservanza cenobitica. In questo luogo i monaci si riuniscono ancora oggi per cantare i loro sette uffici divini quotidiani, occupando ognuno il proprio stallo assegnatogli a seconda della carica e del grado di anzianità. Interamente intarsiato nel legno di noce ad opera di Carlo Garavaglia nel 1645, l’elegante struttura comprende due livelli su cui si articolano 78 stalli, i cui schienali ospitano la raffigurazione di episodi della vita di san Bernardo ripresi dalla “Vita et miracula Divi Bernardi” di Antonio Tempesta del XVI secolo. Si tratta di uno dei più significativi cori monastici italici, riccamente decorato con putti, frutti e cornici floreali in una raffinata soluzione stilistica di estetica prettamente barocca.

Tiburio e Affreschi giotteschi

Tiburio e Affreschi giotteschi

Il tiburio ottagonale che sorregge la torre nolare ospita gli unici affreschi medievali presenti all’interno di Chiaravalle, realizzati a metà del Trecento ad opera di due maestri differenti. La parte superiore, attribuita a quello che viene definito Primo maestro di Chiaravalle, rappresenta san Marco, san Matteo e sedici santi, tra cui ben riconoscibili san Benedetto da Norcia, vestito con una tunica marrone, e i grandi abati cistercensi. Le decorazioni delle pareti che sorreggono il tiburio sono invece attribuite a Stefano Fiorentino, ricordato dal Ghiberti come il primo allievo di Giotto, e narrano le Storie della Vergine post resurrectionem, ovvero dopo l’ascensione in cielo del Cristo. Il tema scelto, precedentemente mai rappresentato in Lombardia, descrive le vicende legate al transito di Maria e alla sua Assunzione, così come vengono narrate nel XIII secolo nella Legenda Aurea scritta dal frate domenicano e vescovo ligure Jacopo da Varazze basandosi su Vangeli apocrifi e scritti dei Padri della Chiesa. Il racconto inizia sulla parete meridionale del tiburio, dove la Vergine viene informata dall’arcangelo Gabriele del suo prossimo transito, attraverso il dono di un ramo di palma, simbolo cristiano dell’ascesa, della rinascita e dell’immortalità. Il ciclo continua sulla parete occidentale con il Corteo funebre, che mostra apostoli e fedeli che trasportano la portantina con il corpo di Maria. Nel mezzo del corteo compare il capo dei giudei, che cerca di rovesciare la lettiga. Il corteo funebre si dirige verso nord e crea volutamente l’effetto scenico di dirigersi verso il cimitero della comunità monastica, cui si accede attraverso la porticina del transetto settentrionale, come se la salma venisse ad essere idealmente seppellita e riposasse tra i monaci di Chiaravalle. Il corteo funebre è assolutamente necessario e infonde una vena realistica al racconto: sebbene infatti il dogma affermi che la Vergine non morì, bensì cadde in un sonno profondo per tre giorni fino alla sua assunzione, gli apostoli e i fedeli, ignari e reputandola deceduta, la portarono in processione verso il sepolcro. La parete settentrionale ospita la deposizione del corpo all’interno del sepolcro. Leggermente sopra agli apostoli, che con il volto reclinato osservano per l’ultima volta il corpo di Maria, compare una scena significativa e toccante: il Cristo, il cui capo è cinto da un’aureola, sorregge la piccola anima della madre, ridivenuta bambina, come se i ruoli, nel passaggio dalla vita in terra alla vita in cielo, si invertissero. Ma la scena ha anche un significato teologico e richiama il dogma della Trinità. Dio è difatti Padre, Figlio e Spirito Santo; Gesù nella persona del Figlio è Dio, e pur essendo figlio di Maria in terra, ne è anche in realtà il Padre. La narrazione termina nella parete orientale, che ospita il momento della glorificazione: qui è infatti raffigurata Maria, che siede incoronata al fianco del Figlio entro la mandorla dorata che raffigura l’empireo. La sua Assunzione in anima e corpo è richiamata dal sepolcro, rappresentato al di sotto della scena principale e ormai rimasto vuoto. La sequela testimonia il particolare culto della Vergine che fin dagli esordi contraddistinse la spiritualità cistercense mentre, da un punto di vista artistico, rappresenta un momento eccezionale di compenetrazione tra pittura toscana e pittura lombarda, con il suo utilizzo di colori chiari e morbidi, la raffinatezza e la meticolosità nella raffigurazione dei personaggi, dei particolari, delle espressioni, nonché l’inserimento di Chiaravalle nelle dinamiche artistiche più innovative del Trecento tramite l’intermediazione di Azzone Visconti, signore di Milano, committente del Pecorari per la torre nolare e dei maestri giotteschi per la decorazione interna e promotore del fermento e del rinnovamento culturale che caratterizzò la politica viscontea del secolo.

Torre nolare

Torre nolare

La metà del Trecento vide il primo momento di imperiosa riconfigurazione della chiesa abbaziale dopo la costruzione primitiva. A un periodo compreso tra il 1329 e il 1340 si può difatti datare la costruzione della torre nolare attribuita a Francesco Pecorari, che andò a sostituire quella dalle dimensioni ben più modeste costruita in origine. Francesco Pecorari progettò e costruì anche la chiesa milanese di San Gottardo in Corte, con la relativa torre. Alta poco meno di 57 metri, è un eccezionale esemplare di architettura gotica lombarda ed è caratterizzata dall’accentuato slancio verticale, dal sapiente effetto di vuoti e di pieni e dalla cadenzata alternanza di laterizio rosso utilizzato per il corpo e di pietra e marmi utilizzati per le colonnine delle bifore e trifore e per i pinnacoli. Rimase l’edificio più alto di Milano fino all’edificazione del Duomo e punto di riferimento visivo per l’orientamento dei viandanti provenienti da fuori città. La torre è conosciuta dai milanesi con il nomignolo Ciribiciaccola, di derivazione onomatopeica, dal suono che le cicogne, che un tempo abitavano la parte interna della torre, emettono quando battono tra loro le due parti del becco. Le torri, pur non prescritte esplicitamente dalle consuetudini cistercensi, risultano essere fondamentali per la vita interna della comunità monastica poiché ospitano la campana- chiamata “nola” in latino, da cui l’uso di definirle torri nolari- che, azionata a mano dal monaco sagrestano tramite la corda che scende fino alla zona corale, scandiva le ore della preghiera. Nel 1453 la campana originaria venne sostituita da un’altra fusa dal maestro Glaudio da San Martino. Ancora adesso presente sulla sommità della torre a scandire i tempi liturgici dei monaci, accordata in tonalità Re4, è la più antica campana ambrosiana tutt’oggi esistente.

Colonna ofitica

Colonna ofitica

L’angolo nord-occidentale del chiostro vede la presenza della particolare colonna ofitica, nome derivato da ophys, serpente in greco, per il richiamo della sua sinuosa forma al movimento del serpente quando si ripiega su sé stesso. Di derivazione estetica di epoca longobarda, è composta da quattro colonne annodate tra loro in maniera inestricabile, simbolo di unione, della perfezione del cosmo e dell’armonia degli elementi di cui il chiostro è rappresentazione. Le demolizioni ottocentesche hanno privato gli altri tre angoli claustrali delle stesse colonne.

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