Duomo di Milano – Santa Maria Nascente (Milano)

Diocesi di Milano - chiesa sussidiaria - Lombardia

piazza del Duomo , 14 - Milano

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UNA NUOVA CATTEDRALE EUROPEA

Nel luogo dove sorge il Duomo, un tempo si trovavano l’antica cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva. Dopo il crollo del campanile, l’arcivescovo Antonio de’ Saluzzi, sostenuto dalla popolazione, promosse la ricostruzione di una nuova e più grande cattedrale (1386), che sorgesse sul luogo del più antico cuore religioso della città. Per il nuovo edificio si iniziò ad abbattere entrambe le chiese precedenti: Santa Maria Maggiore fu demolita per prima, Santa Tecla in un secondo momento, nel 1461-1462 (parzialmente ricostruita nel 1489 e definitivamente abbattuta nel 1548).

La nuova fabbrica, a giudicare dai resti archeologici emersi dagli scavi nella sacrestia, doveva prevedere originariamente un edificio in mattoni secondo le tecniche del gotico lombardo. Nel gennaio 1387 si gettarono le fondazioni dei piloni, opere colossali che erano state già progettate su disegno l’anno prima. Durante il 1387 si continuarono gli scavi delle fondazioni e si gettarono i piloni. Ciò che fu fatto prima del 1386 fu tutto disfatto o quasi.

Nel corso dell’anno il signore della città, Gian Galeazzo Visconti, assunse il controllo dei lavori, imponendo un progetto più ambizioso[4]. Il materiale scelto per la nuova costruzione divenne allora il marmo di Candoglia e le forme architettoniche quelle del tardo gotico di ispirazione renano-boema. Il desiderio di Gian Galeazzo era infatti quello di dare alla città un grandioso edificio al passo con le più aggiornate tendenze europee, che simboleggiasse le ambizioni del suo Stato, che, nei suoi piani, sarebbe dovuto diventare il centro di una monarchia nazionale italiana come era successo in Francia e in Inghilterra, inserendosi così tra le grandi potenze del continente.

Gian Galeazzo mise a disposizione le cave e accordò forti sovvenzioni ed esenzioni fiscali: ogni blocco destinato al Duomo era marchiato AUF (Ad usum Fabricae), e per questo sgravo da qualsiasi tributo di passaggio: da allora è rimasto il modo di dire “a ufo”, sinonimo di gratuito.

Come testimonia il ricco archivio conservatosi fino ai giorni nostri, il primo ingegnere capo fu Simone d’Orsenigo, affiancato da altri maestri lombardi, che nel 1388 iniziarono i muri perimetrali. Nel 1389-1390 il francese Nicolas de Bonaventure fu incaricato di disegnare i finestroni.

A dirigere il cantiere furono chiamati architetti francesi e tedeschi, come Jean Mignot, Jacques Coene o Enrico di Gmünd, i quali però restavano in carica per pochissimo tempo, incontrando una scoperta ostilità da parte delle maestranze lombarde, abituate a una diversa pratica di lavoro. La fabbrica andò quindi avanti in un clima di tensione, con numerose revisioni, che nonostante tutto diedero origine a un’opera di inconfondibile originalità, sia nel panorama italiano che europeo[6].

Inizialmente le fondazioni erano state preparate per un edificio a tre navate, con cappelle laterali quadrate, i cui muri divisori potessero fare anche da contrafforti. Si decise poi di fare a meno delle cappelle, portando il numero delle navate a cinque e il 19 luglio 1391 fu deliberato l’ingrossamento dei quattro pilastri centrali. Nel settembre dello stesso anno fu interrogato il matematico piacentino Gabriele Stornaloco per definire l’alzato, che si presentava con due ipotesi: “ad triangulum” o “ad quadratum”. Il 1 maggio 1392 si scelse la forma delle navate progressivamente decrescenti per un’altezza massima di 76 braccia.

LA COSTRUZIONE DEL CORPO BASICALE 

Nel 1393 fu scolpito il primo capitello dei pilastri, su disegno di Giovannino de’ Grassi, il quale curò un nuovo disegno per i finestroni e fu ingegnere generale fino alla morte nel 1398. Gli successe nel 1400 Filippino degli Organi, che curò la realizzazione dei finestroni absidali. Dal 1407 al 1448 egli fu responsabile capo della costruzione, che portò a termine della parte absidale e il piedicroce, chiuso provvisoriamente dalla facciata ricomposta di Santa Maria Maggiore[3]. Nel 1418 fu consacrato l’altare maggiore da papa Martino V.

Dal 1452 al 1481 fu a capo del cantiere Giovanni Solari, che per i primi due anni fu affiancato anche dal Filarete. Seguirono Guiniforte Solari, figlio di Giovanni, e Giovanni Antonio Amadeo, che con Gian Giacomo Dolcebuono costruì il tiburio nel 1490. Alla morte dell’Amadeo (1522) i successivi maestri fecero varie proposte “gotiche”, tra le quali quella di Vincenzo Seregni di affiancare la facciata da due torri (1537 circa), non realizzata. Nel 1567 l’arcivescovo Carlo Borromeo impose una ripresa solerte dei lavori, mettendo a capo della Fabbrica Pellegrino Tibaldi, che ridisegnò il presbiterio, che fu solennemente riconsacrato nel 1577 anche se la chiesa non era ancora terminata.

LA QUESTIONE DELLA FACCIATA 

Per quanto riguarda la facciata il Tibaldi disegnò un progetto nel 1580, basato su un basamento a due piani animato da colonne corinzie giganti e con un’edicola in corrispondenza della navata centrale, affiancata da obelischi. La morte di Carlo Borromeo nel 1584 significò l’allontanamento del suo protetto che lasciò la città, mentre il cantiere veniva preso in mano dal suo rivale Martino Basso, che inviò a Gregorio XIV, papa milanese, un nuovo progetto di facciata[3].

Nel XVII secolo la direzione dei lavori vide la presenza dei migliori architetti cittadini, quali Lelio Buzzi, Francesco Maria Ricchino (fino al 1638), Carlo Buzzi (fino al 1658) e i Quadrio. Nel frattempo nel 1628 era stato fatto il portale centrale e nel 1638 i lavori della facciata andavano avanti, con l’obiettivo di creare un effetto a edicole ispirato a Santa Susanna di Roma[3]. A tal fine pervennero nel XVIII secolo i disegni di Luigi Vanvitelli (1745) e Bernardo Vittone (1746)[3].

Tra il 1765 e il 1769 Francesco Croce completò il coronamento del tiburio e la guglia maggiore, sulla quale fu innalzata cinque anni dopo la Madunina di rame dorato[7], destinata a diventare il simbolo della città. Lo schema della facciata di Buzzi fu ripreso a fine secolo da Luigi Cagnola, Carlo Felice Soave e Leopoldo Pollack. Quest’ultimo diede inizio alla costruzione del balcone e della finestra centrale.

Nel 1805, su istanza diretta di Napoleone Bonaparte, Giuseppe Zanoia avviò i lavori per il completamento della facciata, in previsione dell’incoronazione a re d’Italia. Il progetto fu finalmente concluso nel 1813 da Carlo Amati[3]. Tra gli scultori che vi lavorarono nei primi anni dell’Ottocento, si può ricordare Luigi Acquisti.

MANUTENZIONE E RESTAURI
Nel 1858 fu demolito il campanile che si trovava sulla navata, e le campane furono trasferite nel tiburio, tra le doppie volte. Per tutto il XIX secolo furono completate le guglie e le decorazioni architettoniche, fino al 1892[3]. Per tutto il secolo si susseguirono inoltre lavori di restauro, volti a sostituire i materiali danneggiati dal tempo.

Nel corso della seconda guerra mondiale la Madonnina fu coperta da stracci, onde evitare che i riflessi di luce sulla sua superficie dorata da poco rifatta potessero venire usati come punto di riferimento per i bombardieri alleati in volo sulla città, mentre le vetrate furono preventivamente rimosse e sostituite da rotoli di tela.

Pur non essendo stato centrato da bombe ad elevato potenziale, anche il duomo fu danneggiato durante i bombardamenti aerei ed il suo portone centrale bronzeo mostra ancor oggi alcune “ferite” da parte di spezzoni di bombe esplose nelle vicinanze. Nel secondo dopoguerra, a seguito dei danni subiti dai bombardamenti aerei, il Duomo fu restaurato in gran parte, successivamente le restanti porte di legno furono sostituite con altre di bronzo, opera degli scultori Arrigo Minerbi, Giannino Castiglioni e Luciano Minguzzi.

Negli anni ’60 del Novecento l’inquinamento atmosferico, l’abbassamento della falda freatica e le vibrazioni del traffico e della vicina linea della metropolitana, unite al degrado naturale dei materiali e ad alcuni errori originali nella costruzione, portarono a una grave situazione di rischio, che minò seriamente la stabilità dei quattro piloni che reggono il tiburio e rese necessari, nel 1969, la chiusura della piazza al traffico e il rallentamento dei treni della linea 1. Il restauro statico dei piloni iniziò nel 1981 e fu concluso nel 1986 in occasione del seicentenario della costruzione[3].

Ancor oggi la manutenzione della cattedrale è affidata alla Veneranda fabbrica del Duomo i cui interventi sono continui tanto da far nascere l’espressione milanese Lungh cume la fabrica del Domm, per intendere qualcosa di interminabile[8].

CONTESTO URBANISTICO

Anticamente il Duomo era circondato dal fitto tessuto urbanistico medievale che, come attorno ad altre grandi cattedrali francesi e tedesche, creava vedute improvvise e maestose del mastodontico edificio, il quale sembrava una montagna di marmo emergente da una trama di minuti edifici di mattoni.

L’antico aspetto della zona è testimoniata oggi da vedute antiche e da una serie di fotografie della metà dell’Ottocento. Con l’apertura della piazza di Giuseppe Mengoni tra il 1865 e il 1873, la facciata del Duomo poté diventare un grandioso sfondo scenografico, ma, come non mancarono di far notare le numerose polemiche, banale[9].

Il fianco sinistro resta visibile quasi soltanto di scorcio, a causa della vicinanza degli edifici circostanti, mentre l’imbocco di via Vittorio Emanuele II permette di osservare l’articolarsi dei volumi dell’abside, del transetto e del tiburio, fino alla guglia maggiore della Madonnina. Altri interessanti scorci sono visibili da piazza Fontana, dallo squarcio del Verziere, dalla piazzetta del Palazzo Reale o dalla terrazza del primo piano dell’Arengario (Palazzo della Regione)[3].

ARCHITETTURA 

Lo stile del Duomo, essendo frutto di lavori secolari, non risponde a un preciso movimento, ma segue piuttosto un’idea di “gotico” mastodontico e fantasmagorico via via reinterpretata. Gli è assegnato lo stile gotico-lanceolato. Nonostante ciò, e nonostante le contraddizioni stilistiche nell’architettura, il Duomo si presenta come un organismo unitario. La gigantesca macchina di pietra infatti affascina e attrae l’immaginazione popolare, in virtù anche della sua ambiguità[10], fatta di ripensamenti, di discontinuità e, talvolta, di ripieghi.

Anche il concetto di “autenticità” gotica, quando si pensa a come in realtà gran parte delle strutture visibili risalga al periodo neogotico, per non parlare delle frequenti sostituzioni, è in realtà una storpiatura della stessa essenza del monumento, che va visto invece come un organismo architettonico sempre in continua e necessaria ricostruzione[3].

Il duomo ha una pianta a croce latina, con piedicroce a cinque navate e transetto a tre, con un profondo presbiterio circondato da deambulatorio con abside poligonale. All’incrocio dei bracci si alza, come di consueto, il tiburio. L’insieme ha un notevole slancio verticale, caratteristica più transalpina che italiana, ma questo viene in parte attenuato dalla dilatazione in orizzontale dello spazio e dalla scarsa differenza di altezza tra le navate, tipico del gotico lombardo[11].

La struttura portante è composta dai piloni e dai muri perimetrali rinforzati da contrafforti all’altezza degli stessi piloni. Questa è una caratteristica che differenzia il duomo milanese dalle cattedrali transalpine, limitando, rispetto al gotico tradizionale, l’apertura dei finestroni (lunghi e stretti) e dando all’insieme (a eccezione dell’abside) una forma prevalentemente “chiusa”, dove la parete è innanzitutto un elemento di forte demarcazione, sottolineata anche dall’alto zoccolo di tradizione lombarda.

Viene così a mancare lo slancio libero verso l’alto[12]. Ciò è evidente anche se si considera che guglie e pinnacoli non hanno funzione portante, infatti furono sporadicamente aggiunti nel corso dei secoli, fino al completamento del coronamento nel XIX secolo[13].

I contrafforti hanno forma di triangoli e servono per contenere le spinte laterali degli archi. Il basamento è in muratura, come pure le parti interne delle pareti e degli altri elementi, mentre nei pilastri è stata usata un’anima di serizzo; anche le vele delle volte sono in mattoni. Il paramento a vista, che ha anche un ruolo portante, non solo di rivestimento, è invece in marmo di Candoglia bianco rosato con venature grigie: la cava, fin dall’epoca diGian Galeazzo Visconti, è ancora di proprietà della Fabbrica del Duomo[3].

Le pareti esterne sono animate da una fitta massa di semipilastri polistili che sono coronati in alto, al di sotto delle terrazze, da un ricamo di archi polilobati sormontati da cuspidi. Le finestre ad arco acuto sono piuttosto strette, poiché come si è detto le pareti hanno funzione portante[3].

La copertura a terrazze (pure in marmo) è un unicuum nell’architettura gotica, ed è sorretta da un doppio ordine incrociato di volte minori. In corrispondenza dei pilastri si leva una “foresta” di pinnacoli, collegati tra di loro da archi rampanti. In questo caso i pinnacoli non hanno funzione strutturale, infatti risalgono quasi tutti alla prima metà del XIX secolo. Nei disegni antichi e nel grande modello del 1519 di Bernardo Zenale (Museo del Duomo) si vede una cresta centrale che doveva evidenziare ancora maggiormente la forma triangolare, sia lungo la navata che il transetto, raccordandosi al tiburio, e che fu esclusa dal progetto nel 1836[3].

ARCHITETTURA ESTERNA

La parte completata per prima è quella absidale, traforata da grandi finestroni, dove compare lo stemma di Gian Galeazzo Visconti. Le statue, i contrafforti, i doccioni e le guglie risalgono in genere dall’epoca del suo successore, Filippo Maria Visconti, fino al XIX secolo. La quattrocentesca guglia Carelli fu la prima ad essere costruita[3].

A partire dall’abside, che è del XIV secolo, i fianchi via via sono posteriori avvicinandosi alla facciata, fino al XVII secolo. i contrafforti esterni sono coronati da guglie e legati al basamento da più fasce orizzontali. In alto si trova una cornice ad archetti polilobi su peducci con figure antropomorfe e zoomorfe. Tra i contrafforti, in alto, si trovano le finestre che illuminato le navate[3].

L’abside è poligonale e inquadrata dai corpi delle due sagrestie, che sono coronate dalla guglie più antiche. Illuminano l’abside tre enormi finestroni con nervature in marmo che disegnano, nell’ogiva, i rosoni (di Filippo degli Organi, inizio del XV secolo). Il finestrone centrale, con la manta dei Visconti, è dedicato all’Incarnazione di Cristo[3].

 

ARCHITETTURA INTERNA

L’intero è a cinque navate, con il transetto a tre. Il presbiterio è profondo e cinto da un deambulatorio, a fianco del quale si aprono le due sagrestie. La navata centrale è ampia il doppio di quelle laterali, che sono di altezza leggermente decrescente, in modo da permettere l’apertura di piccole finestre ad arco acuto, sopra gli archi delle volte, che illuminano l’interno in maniera diffusa e tenue. Manca il triforio[3].

I cinquantadue pilastri polistili dividono le navate e sorreggono le volte a costoloni simulanti un traforo gotico. Questa decorazione fu iniziata dall’abside (metà del XV secolo), proseguita nel tiburio (1501) e ancora nel XVII, fino alle integrazioni e i rifacimenti di Achille Alberti e Alessandro Sanquirico (dal 1823). Dal 1964 non è stata più reintegrata[3].

Molto originali sono i capitelli monumentali a nicchie e cuspidi con statue, che decorano i pilastri lungo la navata centrale, il transetto e l’abside. Alcuni capitelli sono a doppio registro, con statue di santi nelle nicchie sormontate da statue di profeti nelle cuspidi. Gli altri pilastri hanno decorazioni a motivi vegetali[3].

Il pavimento, su disegno originale di Pellegrino Tibaldi, fu iniziato nel 1584 e terminato, con variazioni, solo tra il 1914 e il 1940. Si tratta di un complesso intreccio di marmi chiari e scuri, tra i quali il nero Varenna, il bianco e rosa di Candoglia, il rosso d’Arzo (in origine, oggi quasi completamente sostituito dal rosso di Verona). Tibaldi definì anche gli altari laterali, i mausolei, il coro e il presbiterio (risistemato nel 1986), sulle richieste del cardinale Borromeo. L’interno oggi ha un aspetto che risente soprattutto di quest’epoca, legata al periodo della Controriforma. Nel XVIII secolo alcuni monumenti furono trasferiti nelle campate verso la facciata, da poco completate[3].

Cosa vedere

Scopri le opere presenti presso Duomo di Milano – Santa Maria Nascente (Milano)

Facciata

Facciata

La facciata testimonia di per sé la complessa vicenda edilizia del complesso del Duomo, con la sedimentazione di secoli di architettura e scultura italiana. Quello che si vede oggi è un’affrettata soluzione di compromesso dei primi del Novecento, quando si concluse che era impossibile portare a termine il progetto neogotico di Giuseppe Brentano del 1886-1888[ Cinque campiture fanno intuire la presenza della navate, con sei contrafforti (doppi alle estremità e attorno al portale centrale) sormontati da guglie[ I cinque portali e le finestre soprastanti sono del XVII secolo, il balcone centrale è del 1790 ed i tre finestroni neogotici risalgono al XIX secolo. I basamenti dei contrafforti centrali sono decorati da rilievi seicenteschi, con telamoni della metà del XVII secolo; i rilievi sui basamenti dei contrafforti laterali sono invece del XVII e XIX secolo. La decorazione a bassorilievo dei portali fu scolpita ai tempi dell’arcivescovo Borromeo su disegni del Cerano[3]. Le statue di Apostoli e Profeti sulle mensole sono tutte ottocentesche. Le porte in [ronzo sono novecentesche. Si va dal Tardo Rinascimento del Pellegrini, al Barocco di Francesco Maria Ricchino, al neogotico napoleonico dell’Acquisti. Nel 1886 la ‘Grande Fabbrica’ indisse un concorso internazionale per una facciata in stile gotico per il Duomo e nell’ottobre del 1888 la giuria scelse Giuseppe Brentano come vincitore, un giovane allievo di Boito. La caratteristica distintiva del Duomo di Milano, oltre alla forma di compromesso tra verticalità gotica e orizzontalità di tradizione lombarda, è la straordinaria abbondanza di sculture[17]. A quello che è un incomparabile campionario di statuaria dal XVI al XX secolo si dedicarono maestri di diversa provenienza, soprattutto all’inizio, con esempi che vanno dai maestri campionesi ai modi secchi di Giovannino dei Grassi, per poi passare allo stile morbido e cosmopolita dei maestri boemi, renani e dello stesso Michelino da Besozzo, fino agli esempi di scultura rinascimentale, barocca e neoclassica, con anche qualche opera déco degli anni venti e trenta del Novecento[3]. L’altro grandioso ciclo decorativo riguarda le vetrate, che però, per quanto riguarda gli esempi più antichi, sono andate quasi totalmente distrutte e via via sostituite, soprattutto nei secoli XIX e XX. Sopravvivono pochi “antelli” solo quattrocenteschi inseriti in finestroni più tardi e poco più numerosi sono i vetri della seconda metà del XV secolo e del XVI secolo, disegnati da artisti quali Vincenzo Foppa e Cristoforo de’ Mottis[18].

Statue esterne

Statue esterne

Tutto l’esterno è decorato da un ricchissimo corredo scultoreo. Sulle mensole degli sguanci delle finestre si trovano statue e busti, sui contrafforti statue coperte da baldacchini marmorei (in basso) e 96 “giganti” (in alto), sui quali svettano i doccioni figurati come esseri mostruosi. Altre statue si trovano sulle guglie, sia a coronamento che nelle nicchie. Il complesso delle sculture è una straordinaria galleria dell’arte a Milano tra il XIV e il neoclassicismo, alla realizzazione della quale parteciparono maestri lombardi, tedeschi, boemi, francesi (fra cui i borgognoni), toscani, veneti e campionesi[.

La Madonnina

La Madonnina

Inaugurata il 30 dicembre 1774, la Madonnina del Duomo di Milano è il punto più alto della chiesa. La statua fu disegnata dallo scultore Giuseppe Perego e fusa dall’orafo Giuseppe Bini, per un’altezza di 4,16 metri. L’interno della statua conserva uno scheletro metallico, che degradatosi negli anni Sessanta del Novecento, è stato ricoverato nel museo e sostituito da un’ossatura in acciaio

Tiburio

Tiburio

Al centro della chiesa si apre il tiburio di Giovanni Antonio Amadeo, alto 68 metri e con una base di forma ottagonale, sostenuta da quattro arcate a sesto acuto e pennacchi. La volta vera e propria è retta dalle lunette a sesto acuto e da quattro archi a tutto sesto, non visibili, nascosti dagli archi acuti. Gli affreschi a tondo nei pennacchi con i Dottori della Chiesa sono opera di scuola lombarda del 1560-1580 circa. Il profilo delle arcate ospita 60 statue di Profeti e Sibille sono in stile tardogotico della seconda metà del Quattrocento e sono influenzate dall’arte borgognona e renana, che sembrano anticipare il Rinascimento lombardo. Le vetrate nelle finestre sono del 1986 e raffigurano gli eventi del Concilio Vaticano II.

Presbiterio

Presbiterio

Il complesso del presbiterio è circondato da dieci piloni absidali e fu modificato nel Tardo Rinascimento e di nuovo con la riforma liturgico-funzionale del 1986. Oggi va dalla cupola fino alla parte terminata della navata centrale. Carlo Borromeo fece allineare i pulpiti e altre sistemazione, operate da Pellegrino Tibaldi detto il Pellegrini secondo i dettami del Concilio di Trento. Oggi il presbiterio è diviso in due parti, con diverse funzionalità. Il presbiterio festivo ha accesso da una gradinata semicircolare e occupa una parte della navata centrale e il vecchio coro senatorio (dove si riunivano le magistrature civili e quelle delle confraternite), con vari piani ripavimentati di recente sulla decorazione del Pellegrini. Nel punto più elevato si trova l’altare maggiore, proveniente dalla basilica di Santa Maria Maggiore, consacrato da Martino V nel 1418, che segnò l’inizio ufficiale dell’officiatura della nuova cattedrale. La posizione sopraelevata attuale fu decisa da Carlo Borromeo. Al centro dell’altare si trovano dei rilievi trovati nei lati interni delle lastre che lo compongono, che facevano parte di un sarcofago romano-pagano del III secolo d.C., già riutilizzato come sepoltura di un martire cristiano, come testimonia una croce sul fondo e un cartiglio. La cattedra e l’ambone sono del 1985 e sono accompagnati da due pulpiti cinquecenteschi, progettati dal Pellegrini. Il sinistro ha rilievi del Antico Testamento e quattro cariatidi con i Dottori della Chiesa; il destro è dedicato al Nuovo Testamento e sculture bronzee degli Evangelisti, con rami sbalzati, dorate e argentati opera di Giovanni Andrea Pellizzone e bronzi di Francesco Brambilla il Giovane (1585-1599). Tra due piloni si trovano i grandi organi. Alle spalle si apre il coro dei Canonici (1986) con il Tempietto (ciborio) del Pellegrini, con il tabernacolo cilindrico a torre, dono del 1591 di Pio IV. Il ciborio segna anche il confine con la Cappella Feriale, l’altra sezione del presbiterio. Si tratta di uno spazio separato e raccolto realizzato nel 1986 nel vecchio presbiterio e nel coro, dove poter raccogliere i fedeli durante le liturgie della settimana[. Il coro ligneo delimita questa zona ed è composto da un doppio ordine di stalli intagliati da Giacomo, Giampaolo e Giovanni Taurini, Paolo de’ Gazzi e Virgilio de’ Conti su disegno del Pellegrini, di Aurelio Luini e di Giulio Cesare Procaccini nel 1567-1614. I rilievi raccontano 71 episodi (Storie della vita di Sant’Ambrogio e di altri martiri nell’ordine superiore, Storie di arcivescovi milanesi in quello inferiore

Il Sacro Chiodo

Il Sacro Chiodo

Sospeso sopra l’altare maggiore, attaccato alla chiave di volt], si trova la reliquia più preziosa del Duomo, il chiodo della Vera Croce (Sacro Chiodo), che secondo la tradizione era stato rinvenuto da Sant’Elena e usato come morso del cavallo di Costantino I. Il Sacro Chiodo è oggi conservato in una nicchia contenuta in una copia della serraglia in rame dorato con il rilievo del Padre Eterno (oggi nel Museo del Duomo). Anche se sospeso molto in alto, una luce rossa lo rende visibile da tutta la cattedrale. Il chiodo è prelevato dall’arcivescovo e mostrato ai fedeli ogni 3 maggio, festa dell'”Invezione della Santa Croce” (cioè del ritrovamento della Croce), ora viene portato in processione il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Per prelevare il chiodo dalla sua custodia viene utilizzata la seicentesca nivola, un curioso ascensore oggi meccanizzato. Dei quattro chiodi della Vera Croce, altri due si trovano, secondo la tradizione, nella Corona ferrea a Monza e alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Il quarto chiodo che avrebbe tenuto la scritta “INRI”, dalla tradizione più dubbia, si troverebbe nella Cattedrale di Colle Val d’Elsa in provincia di Siena.

Gli organi

Gli organi

Si può dire che l’organo del duomo fu una dotazione importante fin dalla nascita della costruzione. Il primo organo fu commissionato già nel 1395 a Martino degli Stremidi ed era funzionante nel 1397. Seguirono continue modifiche, aggiunte e ripristini. Un punto d’arrivo è l’opera di Gian Giacomo Antegnati che tra il 1533 e il 1577 costruì l’organo nord, con 12 registri e 50 tasti, che fu trasportato nella posizione attuale nel 1579. Nel 1583 fu commissionato a Cristoforo Valvassori l’organo sud (1584-1590), in sostituzione di quello più antico. Le ante di quest’ultimo hanno grandi dipinti: a sinistra con Storie della Vergine e dell’Antico Testamento di Giuseppe Meda (1565-1581); a destra la Natività e il Passaggio del Mar Rosso di Giovanni Antonio Figino e Storie del Vecchio e Nuovo Testamento di Camillo Procaccini (1592-1602). Gli intagli dorati delle casse sono di Giovan Battista Mangone, Sante Corbetta, Giacomo, Giampaolo e Giovanni Taurini[ I due grandi organi nord e sud furono continuamente rimaneggiati, passando tra l’altro dalla trasmissione meccanica a quella pneumatica fino a quella attuale, elettrica. Sono dotati di otto grandi ante (quattro verso il presbiterio e quattro verso il tornacoro) che possono aprirsi o chiudersi per modulare il volume, riverbero ed echi. Nell’elenco degli organisti titolari vi è anche i figlio di Johann Sebastian Bach, Johann Christian Bach. Nel corso del XIX secolo anche i Serassi parteciparono alla ristrutturazione dell’organo. Nel 1937 furono aggiunti altri quattro corpi, in modo che tutti quanti fossero comandati dalla stessa consolle. Il risultato acustico fu tuttavia deludente, al punto che tutto il complesso degli organi fu risistemato in occasione della ristrutturazione del presbiterio negli anni 1985-1986. Oggi i quattro organi aggiunti sono posti accanto ai due più antichi, in nuove casse lignee semplici e lineari. La consolle attuale è stata posta sotto la cassa cinquecentesca di destra (sud). L’ultima, ristrutturazione (quella del 1986) fu eseguita dalla ditta Tamburini[3].

Cripta

Cripta

Nel retrocoro, davanti alle sacrestie, si aprono le porte che portano alla cripta, un ambiente circolare disegnato dal Pellegrini con un peribolo attorno all’altare. Da qui si passa a un vestibolo rifatto da Pietro Pestagalli nel 1820, dove si trova lo scurolo di San Carlo, una cappella a base ottagonale schiacciata, progettata da Francesco Maria Ricchino nel 1606. Tutta la fascia superiore e il soffitto sono decorati da lamine d’argento con scene della vita di San Carlo, fatte eseguire da Federico Borromeo nel 1595-1633. Qui è sepolto San Carlo Borromeo in abito pontificale, in un’urna di cristallo di rocca donata da Filippo IV di Spagna.

Salita ai terrazzi

Salita ai terrazzi

Attraverso l’ascensore contenuto nel contrafforte est del braccio nord del transetto si può accedere alle terrazze del Duomo, dalle quali si gode una straordinaria vista sul fitto ricamo di guglie, archi rampanti (dove sono nascosti gli scarichi della acque piovane), pinnacoli e statue, nonché sulla città[. Vicino all’ascensore si trova la guglia Carelli, la più antica del Duomo, che risale al 1397-1404 e fu costruita grazie al lascito di arco Carelli. È decorata da statuette della prima metà del XV secolo che ricordano i modi borgognoni. La parte terminale è stata rifatta mentre la statua sulla sommità, raffigurante Gian Galeazzo Visconti è una copia dell’originale di Giorgio Solari, oggi conservata nel [Museo del Duomo. Tra tutte le altre guglie solo sei risalgono al XV e XVI secolo e una decina sono del XVII e XVIII secolo[ Il tiburio di Giovanni Antonio Amadeo (1490-24 settembre 1500) è sormontato all’esterno da otto archi rovesci che sostengono la guglia maggiore, ultimata nel 1769 con una struttura marmorea, che è collegata a un’armatura di ferro del 1844. Attorno al tiburio si trovano quattro gugliotti, di progetto dell’Amadeo, che vide realizzato solo quello di nord-est (1507-1518), arricchito da statuaria coeva oggi in gran parte sostituita da copie. Quello di nord-ovest fu ultimato da Paolo Cesa Bianchi nel 1882-1887, quello di sud-ovest da Pietro Pestagalli nel 1844-1847 e quello di sud-est, che fa anche da torre campanaria, da Giuseppe Vandoni nel 1887-1892. Tra le statue sono singolari quelle nella parte sud della falconatura della facciata, risalenti al rifacimento del 1911-1935: raffigurano gli Sport e sono un inconsueto esempio di statuaria degli anni Trenta[

Navata esterna destra

Navata esterna destra

Nella prima campata della navata esterna destra si trova il sarcofago dell’arcivescovo Ariberto da Intimiano (m. 1045), sormontato da una copia del famoso Crocifisso in lamina di rame dorato, oggi nel Museo del Duomo, donato originariamente da Ariberto al monastero di San Dionigi[3]. A sinistra, un piccolo marmo seicentesco riporta un’iscrizione che ricorda « El principio del Domo di Milano fu nel anno 1386. » La vetrata è decorata da Storie di San Giovanni evangelista di Cristoforo de’ Mottis (1473-1477) Nella seconda campata seguono i sarcofagi degli arcivescovi Ottone Visconti e Giovanni Visconti, opera di un maestro campionese del primo XIV secolo su due colonne in marmo rosso di Verona e proveniente dall’antica basilica di Santa Tecla. La vetrata è decorata con Storie dell’ Antico Testamento di maestri lombardi e fiamminghi (metà del XVI secolo)[ Nella terza campata si trova l’elenco degli arcivescovi di Milano e una vetrata con altre Storie dell’Antico Testamento, di maestri lombardi, renani e fiamminghi (metà del XVI secolo)[3]. La quarta campata presenta il sarcofago di Marco Carelli, un mecenate che alla fine del XIV secolo donò trentacinquemila ducati alla Fabbrica del Duomo per accelerare i lavori di costruzione, disegnato da Filippino degli Organi nel 1406, con statue di Jacopino da Tradate[ La quinta mostra una lapide con il progetto di Giuseppe Brentano per la facciata, seguita a sinistra dal sepolcro di Gian Andrea Vimercati, morto nel 1548, decorato da una Pietà e due busti del Bambaia (prima metà del XVI secolo). La vetrata “foppesca” (ma che non è opera di Vincenzo Foppa), è decorata da Storie del Nuovo Testamento (1470-1475) di maestri lombardi che si ispirarono alle opere del famoso pittore con influssi della scuola ferrarese, è una delle migliori del Duomo. Alla sesta campata vi è un altare detto di Sant’Agata composto da colonne composite e frontone, opera di Pellegrino Tibaldi, dove si trova la pala di Federico Zuccari con San Pietro visita in carcere Sant’Agata (1597). Sulla vetrata si trovano le Storie di Sant’Eligio di Niccolò da Varallo (1480-1489) Nella settima campata si trova l’altare del Sacro Cuore, pure disegnato dal Pellegrino Tibaldi, con una pala marmorea di Edoardo Rubino, collocata nel 1957. La vetrata, disegnata nel 1958 da Jànos Hajnal, ricorda i beati cardinali Schuster e Ferrari, entrambi arcivescovi di Milano L’ottava campata presenta l’altare della Madonna, pure disegnato dal Pellegrini, con la pala marmorea della Virgo Potens, opera di autore forse renano del 1393, detta di Jacomolo, dal nome del donatore. La vetrata con Storie di Sant’Agnese e Santa Tecla è opera di Pompeo Guido Bertini del 1897-1905[

Navata esterna sinistra

Navata esterna sinistra

Nella prima campata della navata esterna sinistra si trova meridiana e la vetrata con le Storie di David di Aldo Carpi (1939)[3]. La seconda campata ospita il battistero, opera del Pellegrini, che è composto da un tempietto a base quadrata, sorrette da quattro colonne corinzie, con trabeazione e timpani sui quattro lati. Al centro si trova la vasca, composta da una sarcofago romano in porfido. Alla parete si trovano due lastre marmoree in rosso di Verona, con rilievi di Apostoli, opera probabilmente dei maestri campionesi della fine del XII secolo, proveniente da Santa Maria Maggiore. La vetrata è stata ricomposta con frammenti del XV secolo e illustra Avvenimenti del Nuovo Testamento[3]. Nella terza campata si trova il monumento agli arcivescovi Giovanni Arcimboldi, Guido Antonio Arcimboldi e Giovanni Angelo Arcimboldi, attribuito a Galeazzo Alessi o a Cristoforo Lombardo (1599). La vetrata ritrae San Michele Arcangelo ed è di Giovanni Domenico Buffa (1939)[3]. Nella quarta campata è interessante la vetrata con le Storie dei Santi Quattro Coronati di Corrado de’ Mochis su disegno del Pellegrini (1567)[3]. La quinta conserva il rifacimento del 1832 dell’edicola della Tarchetta dell’Amadeo, i cui frammenti originali sono oggi al Castello Sforzesco. La vetrata di Pietro Angelo Sesini, forse disegnata da Corrado de’ Mochis, raffigura la Pentecoste, il Transito e l’Assunzione (1565-1566)[3]. Nella sesta campata si trova l’altare del Crocifisso di San Carlo, di Pellegrino Tibaldi, con il crocifisso ligneo che Carlo Borromeo portò in processione durante la peste del 1576. La vetrata è decorata con le Storie di Sant’Elena, di Rainoldo da Umbria e del Valerio Perfundavalle|Perfundavalle (1574)[3]. Nella settima campata l’altare di San Giuseppe è pure del Pellegrini, con una pala dello Sposalizio della Vergine di Enea Salmeggia e le statue di Aronne e Davide di Francesco Somaini (databili dopo il 1830). La vetrata con le Storie di San Giuseppe è in parte di Valerio Perfundavalle (1576)[3]. L’ultima campata ospita l’altare di Sant’Ambrogio, pure del Pellegrini,, con la pala di Sant’Ambrogio che impone la penitenza a Teodosio di Federico Barocci (1603). Sulla vetrata si trovano le Storie di Sant’Ambrogio di Pompeo Bertini[3].

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